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Con sentenza n. 687 del 9 gennaio 2024 la Corte di Cassazione ha ribadito il proprio orientamento in tema di disciplina degli alimenti, secondo cui la responsabilità per i reati commessi nell’esercizio di un’attività d’impresa svolta da una società articolata in plurime unità territoriali autonome, ciascuna affidata ad un soggetto qualificato ed investito di mansioni direttive, va individuata all’interno della singola struttura aziendale, senza che sia necessariamente richiesta la prova dell’esistenza di una apposita delega in forma scritta (vedi Cass.,Sez. 3, n. 9406 del 09/02/2021).

Con riguardo, poi, alla vendita di sostanze alimentari all’interno di un ipermercato si è più volte chiarito che destinatario delle disposizioni relative al controllo e alla vigilanza preliminari alla messa in vendita del prodotto è il responsabile del relativo reparto, su cui grava anche l’obbligo di sorvegliare i sottoposti circa l’osservanza delle disposizioni medesime.

Nella vicenda affrontata, richiamando altresì la normativa di settore, la Suprema Corte non manca di evidenziare che in forza dell’art. 3, comma 1, n. 3 Reg. (CE) n. 178/2002  l’operatore alimentare è la “persona fisica o giuridica responsabile di garantire il rispetto delle disposizioni della legislazione alimentare nell’impresa alimentare posta sotto il suo controllo“. A norma del successivo art. 17, comma 1, tra l’altro, “spetta agli operatori del settore alimentare e dei mangimi garantire che nelle imprese da essi controllate gli alimenti o i mangimi soddisfino le disposizioni della legislazione alimentare inerenti alle loro attività in tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione e verificare che tali disposizioni siano soddisfatte“.

In che misura, dunque, il piano di autocontrollo può incidere sulla responsabilità penale dell’imprenditore che lo adotta? A tal fine, precisa il Collegio, la mera esistenza formale di un piano di autocontrollo di per sé non garantisce all’imprenditore in alcun modo un esonero della responsabilità penale. La stessa Corte ha già avuto modo di occuparsi della questione, chiarendo che la mera esistenza di un piano HACCP non è sufficiente a escludere la colpa del responsabile dell’impresa alimentare, affermando che proprio l’avere rinvenuto alimenti in cattivo stato di conservazione ovvero insudiciati o comunque in precarie condizioni igieniche è comprovante una cattiva osservanza del medesimo piano di autocontrollo facendo incorrere l’imprenditore la colpa e quindi la responsabilità penale ex art. 5 lett. D) L. 283/62. Infatti, scopo principale della predisposizione di un piano di autocontrollo è quello di prevenire il rischio di immettere sul mercato prodotti non sicuri igienicamente recando un conseguente e potenziale danno ai consumatori.

L’imprenditore ha l’obbligo di garantire che la filiera alimentare si concluda con l’immissione in commercio di prodotti alimentari perfettamente igienici. Il piano di autocontrollo, afferma la Corte, esiste se funziona e previene tempestivamente ed in concreto i rischi alimentari, altrimenti resta solo lettera morta.

Il Collegio pertanto ha ritenuto di dover dare continuità al suddetto principio, applicabile evidentemente anche ai casi, come quello sub iudice, in cui la contestazione mossa all’operatore del settore alimentare è quella di aver detenuto per la vendita alimenti “che contengano residui di prodotti, usati in agricoltura per la protezione delle piante e a difesa delle sostanze alimentari immagazzinate, tossici per l’uomo”. E proprio nella vicenda in esame è emerso che la mera adozione di un piano di autocontrollo ha dimostrato essere insufficiente ad escludere il rischio di immissione in commercio di prodotti alimentari non a norma avvenuta presso il supermercato dove era stato eseguito un campionamento sulla lattuga Trocadero, esposta per la vendita, emergendo dalle analisi la presenza di formetanate cloridrato in misura superiore ai limiti di legge.

Alla luce di quanto emerso il Collegio, decidendo sulla questione in oggetto, conserva il principio secondo il quale il commerciante di prodotti alimentari sfusi non regolamentari, anche se estraneo al processo produttivo, risponde del reato previsto dall’art. 5 L. 283/62. Questo avviene quando immette tali prodotti sul mercato senza effettuare preventivamente controlli a campione in grado di evitare la loro commercializzazione. La semplice presenza di un piano di autocontrollo HACCP non esclude la colpa dell’operatore del settore alimentare. L’assolvimento dell’obbligo di tracciabilità non esonera infatti l’operatore della filiera alimentare dalla sua responsabilità, poiché lo scopo principale del piano di autocontrollo è prevenire il rischio di immettere sul mercato prodotti non sicuri dal punto di vista igienico e che possono causare danni ai consumatori. Di conseguenza, è obbligatorio garantire che la filiera alimentare si concluda con l’immissione in commercio di prodotti alimentari perfettamente igienici e conformi alla normativa.